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    Dove se ne va l’Italia senza freni

    dove va il bel paese senza pene

    senza verità o valori se chi impera

     

    senza confine e le regole azzera

    recita solo il grido al complotto

    elevando sé da carnefici a vittime

     

    presi nell’orgia del potere a cottimo;

    e nel proprio bisogno da impuniti

    ogni giorno nel cestino dovrà mettere

     

    dignità propria e altrui, tutti falliti,

    e compulsivi non riuscire a smettere

    e volere e ottenere leggi personali

     

    e ogni propria pretesa accontentare;

    e ottenuta altra impunità gridare

    che altri porta attacchi per barare.

     

    Dove va questa Italia, e poi chi è

    che cosa è diventata da quando,

    si è affacciato oltre i decenni gente

     

    che tutto vuole squadernando,

    denaro e potere corruzione suadente

    felice, goduriosa, irridente,

     

    che dai centri di potere si burla

    beffardamente di chi per legge urla

    e poi sghignazza felice l’agnizione,

     

    far sapere anche quale opposizione

    vuole, e poi l’attacca in prova duratura,

    atto - di norma - di una dittatura.

     

    Chi è quest’uomo che gode come un bimbo

    a parlare coi grandi della terra

    pace per se ma asseconda guerra

     

    e scendere sa in quell’inferno orrendo

    in cui ha gettato tutti e pur tradendo

    chi il voto gli ha dato, quel consenso,

     

    baratto di programmi senza acconto

    e lo hanno salvato da carceri sicure

    corruttore e prodotto di potenze oscure

     

    a mutazioni destinato e durature;

    finché da vuoti palinsesti e dal pallone

    vi sia chi svegli i molti ammonendo loro

     

    che sono proni a chi in venti primavere

    li ha resi cloni e idonei al prepotere.

    Ci sarà chi tra i politici opposti

     

    non si vergogni di leciti trascorsi

    e lavorando con dignità solare

    sciolga il sonno ipnotico generale

     

    e la gente che lo adora senza opporsi

    col tempo capisca cosa vale;

    che il di lui desiderio è ludibrio

     

    e più lo attaccano più via via si inebria

    e i  prezzolati amici forse un giorno

    lo lasceranno a morire nel suo fango

     

    e dal fango a balzi salteranno fuori

    e smentiranno essere stati amici suoi,

    o forse diranno che erano costretti,

     

    o fingeranno pianti ahi non sapete amici

    quant’è dura rinunciare ai benefici

    né pensavamo si stesse tutti in rotta

     

    e via dicendo, brutta questa botta, gente

    nei confronti dell’etica irridente

    astuzia di chi creanza, mostra, e non capire

     

    che sudditanza è, e poi ridire

    di una nuova verginità e pentimento.

    E te li troverai sul lato opposto

     

    se c’è chi gli dia ancora un posto…

     

     

     

    18.6.2009

     

     

     

     

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    Sempre mi chiedo dove siete nati

    da chi, dove siete vissuti, che aria

    avete respirato - com’erano

     

    i vostri genitori. Se avevate

    una cameretta vostra silenziosa

    coi libri in un armadio-libreria,

     

    tutto per voi. E i vostri padri

    avevano fortuna le vostre madri

    di come far la spesa alla famiglia;

     

    andavano in bottega con libretta

    alla mano quella nera, piccola,

    dove un avido droghiere segnava

     

    le vostre spese e poi le riportava

    più o meno fedelmente nel suo libro

    grande che chiaramente più grande era

     

    di quello del libretto vostro di famiglia.

    Sempre mi chiedo da chi siete nati,

    cosa scorre nella vostra memoria,

     

    che posto avevano i fogli nel vostro

    portafogli; ci nuotavano dentro

    o lo gonfiavano come quei sensali

     

    che - quando esibendosi in giro

    lo tiravano fuori impudicamente -

    vi facevano sentire una rabbia dentro,

     

    o potevate senza malessere guardare,

    o chiedervi se ad altri quel benessere

    impudico facesse tanto male.

     

    E dove siete nati, era una città grande,

    vicino casa passavano autobus,

    forse in orario, potevate a scuola

     

    andare informati sui costi, e i libri

    li lanciavate dalla finestra nell’atrio

    per ostentare e le ragazze impressionare.

     

    Avevate la cravatta o un vecchio

    maglione dai gomiti usurati

    che le vostre madri con parole cercate

     

    mai seppero persuadervi se dicevano

    che anche gli altri, come voi, avevano

    le toppe in serie nei calzoni sfondati,

     

    camicie dai colletti bianco-logoro.

    O avevate in casa brave cameriere,

    una donna di pulizia sfaccendava

     

    mentre le vostre mamme, gambe accavallate

    su soffici poltrone, sfogliavano giornali;

    rotocalchi; che cosa avete avuto dalla vita,

     

    vorrei sapere oh non sapete quanto,

    così potrei capire chi siete veramente,

    e cosa avete in fondo agli occhi, dolore

     

    insuperato, povertà scolpita,

    umiliazioni ottime e abbondanti

    manco un pasto da militari

     

    che pur disgustoso e annebbiante

    sempre così veniva dichiarato.

    E andaste un giorno all’università,

     

    a casa vostra un dito in verticale

    sulle labbra dei familiari che per casa

    girando si additavano al silenzio

     

    perché stavate studiando per gli esami.

    Si, così farei il vostro identikit

    psicologico e morale, e immorale,

     

    e capirei tanto, o quasi tutto,

    se oggi siete in giro con un’auto

    nuova o vi destreggiate nel sociale

     

    senza disfatte, ad occhi dritti

    col cuore innocente, senza astio

    per gli amici di oggi o la vostra paura

     

    di un tempo non leggete negli occhi altrui

    e nessuna rabbia vi impone scatti

    d’ira e il timore d’essere smascherati

     

    nelle vostre collere che altri per ignoranza

    chiamerebbe mancanza di stile

    o - vecchia espressione - mala creanza;

     

    e voi ad ogni passo ogni volta che vedete

    altri che hanno tristezze nel profondo

    voi vi riconoscete, voi lo sapete

     

    ch’è vostro sodale, a voi simile si,

    e ciò che è vostro nei loro occhi

    vedere è facile. E’ questo che vorrei.

     

    Vorrei sapere chi siete veramente.

    Saprei anche perché questa amate

    o quella musica o come mai

     

    questo film commedia o quel genere

    dolorosamente d’essai, nei cinema

    suburbani, se una fazione politica

     

    o un’altra apprezzate senza timore

    per il vostro domani, batticuore

    che non avete mai avuto, mai,

     

    che non riconoscete, il cui volto

    odioso, che non è nato con voi,

    dolcemente ignorate. Ignorate.

     

    E’ la vostra dolce vita vivaddio

    quella che non saprete mai da dove viene,

    mai, perché mai saprete da dove viene l’altra,

     

    la vita acre, insicura, balbettante,

    di chi vi passa accanto in una strada

    elegante, un corridoio semibuio,

     

    o un parco a primavera, o quei negozi

    dove non temete di entrare - storia vera -

    dove comprerete senza prima

     

    chiedere il prezzo sommessamente.

    Vorrei sapere chi siete, chi siete

    veramente, e io penso o mi illudo

     

     

    che così lo saprei infallibilmente…

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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                                       Per F.
     
     
     

    Come potresti non essere importante

    per me che do frutto ai miei giorni

    insieme a te, al tuo animo grande

     

    e ai tuoi pensieri sui quali torni

    ogni volta che mi scrivi belle note

    note del cuore, tu esperta musicista,

     

    tocchi corde, corde profonde; e l’animo d’artista

    del poeta - di cui l’esser poeta non ti importa -

    ma che intanto è tale, e tu non puoi, discosta

     

    da quelle doti di tenerezza e amore, star lontana…

     

     

     

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    Oh perché mai denigrare i tanti

    con le mani in tasca e le spalle al muro,

    lo sguardo impuro dritto nel vuoto;

    o quelli che con il passo di chi         

    trasandato si mostra sicuro di sé

    spalle dritte e pugni chiusi oscillanti

    all’altezza delle cosce scattanti

    come a sfidare nemici non comprare

    il giornale sportivo con gli ultimi spicci.

    O in queste mattine grandiose

    il passeggio tra l’edicola adorna

    e il bar che sforna cappuccini, caffé,

    i dolci alla crema sui bei tavolini

    allineati e coperti, dove vecchi trentenni

    giocano a tresette litigando in cortile;

    e giocano, giocano e io non so se ignorando

    benché - sia di loro proprietà - il dolore

    di vedersi la vita passare aspettando;        

    giocano si o in piedi urlano per mostrare

    al nemico la loro mens sana e intelligente

    in questa sacra intangibilità (o veggenza)

    della perizia di un gioco dal vero astraente…

     

     

     

    Il gioco infinito al bar; e far pagare

    il caffé a qualcuno è osanna e peana,

    il trionfo che consente il rientro a casa

    senza nervi tirati e rilassati sedere

    davanti alla tivù a rivedere

    la stessa partita che antenne

    a pagamento offrono varie volte in un giorno

    invariabilmente fin che il giorno di nuovo

    rinasce subito dopo il pranzo e

    invariabilmente dura fino al pomeriggio, tardi,

    in partite infinite, e urla, bestemmie,

    e dimostrazioni (ancora) di superiorità di mente

    mentre le luci accendono la sera

    e la gente rientra con facce perplesse

    di cui hai imparato a indovinare

    dalle espressioni amare le disattese promesse.

    E forse il problema non è più,

    o non è mai stato, qui dove l’atarassia

    è sconfitta plurisecolare, mai, mai stato

    nel non poter più parlare, e non è nemmeno

    nel non poter più essere ascoltati, non dico capiti,

    ma forse nel sentire più alto il rischio di parlare

    col cambio facile tra chi parla e chi alza sguardi

    severi, stupiti, gli sguardi sorpresi di chi esterrefatto

    si chiede cosa mai accade, pronto a dar del matto

    a chi non si sa perché non sia già stato spedito

    al Mandalari; qui dove tutto si paga in noncuranza

    e dove riso e scherno son letteratura e poesia,

    e filosofia superba occasione per ridere

    con una risata di malriuscita afasìa...

     

     

     

    Bevo il caffé frettolosamente,

    oggi è la seconda volta, ma uno

    che avevo visto alla ringhiera grigia

    a destra, stamattina, è ancora lì, di nuovo,

    e sembra abbia in affitto lo spazio, lì,

    lo vedo lì da anni, forse ne ho un ricordo

    invernale perché ha sempre quel giubbotto

    come fosse natale, e una sciarpa,

    in questi giorni radiosi di aprile:

    sempre lì, sotto il moderno portico

    e se ne sta solo, solo ascolta un suo pensiero,

    a sguardo perplesso, ma non fuori di sé,

    ma dentro, più dentro, che per un’altra volta

    potremmo dire ancora retroflesso.

    Torno a casa, radendo i muri. Devo

    aver dato fiducia a chi non meritava;

    a qualcuno che può avermi fatto dubitare

    di me se adesso a me chiedo perplesso

    dove mai attingo il permesso

    di stupirmi di questa piccola vita,

    del rimosso dolore di gente giovane adulta

    senza occupazione che coccola la nonna,

    e la pensione, dicono i giornali, ripetono

    consenta in questi 150 anni di crisi

    quel lusso vile che sa di fenomenale

    che un tempo chiamarono,

    con espressione triste ma elegante

    questione meridionale.

     

     

    Torno a casa, radendo i muri, penso

    mentre estraggo le chiavi e apro il piccolo

    portone a vetri ad un altro giorno andato;

    penso a noi separati in casa, in quartiere,

    nel borgo oggi imbiancato ma sepolcro

    tuttavia, qui dove sono cresciuto,

    a Gianni che chiama necropoli le città,

    a me che costretto a tornare sogno

    un’altra fuga e una volta ancora stupisco

    al sorriso trentenne della mia anziana madre,

    al suo venirmi incontro a passo di danza,

    e a come tornerò, salite due piccole rampe,

    al mio tavolino e al computer, miracoloso

    regalo di un compleanno passato;

    e a me penso in questa oasi di pochi metri quadri,

    piccolo modesto appartamento,

    un lusso anche per me

    tutto devoluto all’ozio letterario.

    Ed eccomi, gomito puntato sul tavolo,

    guancia nella mano, nell’altra il mouse,
    fisso sullo schermo l’idea virtuale della carta

    e il foglio bianco su cui figgo quotidiani pensieri.

    E’ una sera qualunque del duemila. Seduto qui

    a vivere pensando, o modellare versi; ma io

    - penso - io che ho sognato un’altra vita,

    io che ponevo nel pensare la speranza;

    io vidi e seppi che il sogno si volse in derisione;

    e fu visione disperante di radici.        

    Fu il limite nostro la rivelazione, il mio e il loro.

    Il mare antropologico, penso, tutto riavvolse,

    poesia e tresette, io nella mia sconfitta

    della radicale visione dell’essere,

    loro nella boria beata di un caffé, goduta vittoria.

    E sarebbero così reali le differenze?

     

     

    6-8 aprile 2009

     

     

     

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    Qui - tra la gente che a pigolii si duole

    di bisogni antichi (che chi ha il potere ignora)

    ma poi al consenso incredibile avvalora                 

     

    i piani di chi per sé il potere vuole -

    tra gente che i malandri via via lusinga 

    vita non c’è ma vita mia induci a vigilare attenti

     

    nel quotidiano che non da mai nulla,

    e i vivi sanno che il respiro costa

    qui dove tutto si paga in dignità                     

     

    e quel che è diritto è scherno o rarità.

    Vivo che non sei parte a quei belluini

    che ferocia e potere rende caini

     

    che nella certezza di empietà impunita 

    vivono forti sulla tua - che è la tua - vita

    qui è sforzo d’ogni istante alzare gli occhi,

     

    e urlare ciò che spetta è quella forza

    che l’onore mina di una genìa funesta           

    che d’onore bugiardo si riveste.                            

     

     

     23.3.2009

     

     

     

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    Qualcosa, amico Nino, ci affratella;

    come idea veramente non è bella

    quella che morte francescana sorella

     

    mentre un po’ per volta ci si accosta,

    quando arriverà - ma lo fa apposta? -

    ci trovi soli e nessuno accanto,

     

    soli senza uno sguardo e senza un pianto

    soli nel giorno che si dovrà finire

    senza qualcuno che ci veda morire…

     

     

    soli dal giorno che si dovrà chiarire

     

     

     

     

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    Spiritosetta che mi piaci tanto

    tu che i miei giorni allieti tutti e sempre

    ma l’animo estremo non ti duole

     

    a rimandare ancora il nostro incontro?

    Dici, vedersi occorre anima e corpo

    viversi dici ma intanto non lo fai

     

    ahinoi tristi problemi ci separano,  

    e il nostro amore si copre di sfortuna.

    Ma se ti fai coraggio, donna amata,

     

    e la città tua lasci pochi giorni

    le mie braccia e l’intera mia brigata

    ti accoglieranno fin che a Carpi ritorni.

     

    Vedrò allora i tuoi occhi puri

    vedrai allora i miei occhi veri,

    e la mia mano ti sfiorerà le guance,

     

    e sulla bocca avrai baci severi.

     

     

     

     

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    Ah giorni caldi di un’estate antica

    siete rimasti memoria e incanto

    negli occhi vitrei e nell’ansia stupita,

     

    del fanciullo che in estasi adorante

    vi guardava chiari cielo e mare

    puri d’un azzurro che più che estivo

     

    non si potrà mai dire. O giorni ampi

    nella memoria ferma, distesa, lampi

    di un flash eterno, di un istante solo.

     

    E sono lì ancora nel primo meriggio

    quando il cielo scolora quasi in sonno,

    sfuggivo il pranzo per venire al poggio

     

    modica altura, solo, per rapirmi

    godendo la calura e il gran silenzio  

    la solitudine i vasti spazi e solo mia,

     

     

    quella visione che avvicina a Dio.

     

     

     

       30.4.2009

     
     
     
     
     
     
     

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    Voi ricordate quelle sere insieme,

    le sere a cena o in calde pizzerie;

    dove sarà stato il nostro incontro

     

    il primo ma anche tutti, tutti gli altri

    in posti diversi e diverse città;

    a Roma, per esempio, fu forse

     

    al Pantheon forse piazza Navona,

    in sere d’estate tra giocolieri         

    e mimi, festanti venditori, di quadri,

     

    miniature, prestigiatori, pure

    madonnari, pittori del futuro,

    o musici sbandati, i cantanti,

     

    ritrattisti che in rapidi istanti

    carta e matita ritraggono me o te

    a dieci euro soltanto; oh dove mai

     

    ci saremo incontrati in che magiche

    sere, fu in Emilia o a Genova o a Porto,

    o a casa del poeta a Recanati dal nostro

     

    amico eterno che dal borgo selvaggio

    volle fuggire ma ahimé ripreso

    subito fu, e irriso; o dove ti ho incontrato,

     

    e in che luogo, amico o amica cui

    tuttora parlo di cui vedo foto

    e del volto le linee, i vari sguardi

     

    di vari tempi e luoghi. Così, mai stanco,

    dove vi avrò visti - mi chiedo - e quante volte

    o come sarà nata quella stima,

     

    se così cari mi siete che col cuore

    dalla mia casa vedo il vostro agire,

    il quotidiano ameno, svago lavori,

     

    piccoli impegni o grandi dolori;

    e c’è chi a sera a un telefono gratis

    assente a calda e pura sintonia;

     

    e il vostro cuore perché più dentro

    palpita, sempre, se mani lontane

    mani mai strette, mai, pure ho tanto

     

    avuto e io non so se del mio ho dato;

    e sarà vero che ciascuno in casa 

    può esser meno solo tra di noi,

     

    tra noi lontani, lontani e pure amati

    che basta un avatar e un nome e una foto -

    pur senza mai essersi incontrati?

     

     

     

    12. 4. 2009

     

     

     

     

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    Per i casi del fato
    (mi scuserai se uso
    una parola ormai arcaizzante)
    ti incontrai in giro
    per nuvole e stelle
    o non so dove
    in quale aria o etere;
    e prima di due settimane
    tutto era compiuto.
     
    Passarono giorni
    perché i giorni hanno il vizio di passare
    come i mesi e gli anni -
    anche se nessuno ci ha mai detto
    né come e neanche dove,
    e soprattutto se è vero.
     
    Nei mesi fui posto a paragone
    ad ogni sorta di santo o di burlone,
    forse hai alternato lacrime e sorrisi
    pretese vendette, bonomie e marosi;
     
    ma tu sola sapevi come vanno gli affari in amore
    e che da qualche parte in un luogo senza luogo
    chi aveva trovato a corrisponderlo era il cuore.
     
     
     

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    La voce umanissima dell’uomo
    scompare nella tecnica del poeta
    un poema è solenne come un duomo
    ma uomini donne vita non giungono alla meta.

    Tu non li senti, non senti voci vive
    svaniscono volti vivi voci dolci o acri
    vince il ritmo da solo e quel che il poeta ambiva
    folla, auto, visi, restano simulacri.

    Non ha qualcosa - pure - di stantio
    quel verseggiare tecnico e abbonato
    non sembra di sentire antico il rio

    dei versi d’un tempo d’altri e non di sé;
    se pure ti consola l’aulica tradizione,
    il dubbio resta, rimane tra sé e sé.


     
    Nota 
    Questa poesia è una riflessione sulla maggior parte
    della poesia scritta OGGI sul metro della poesia classica:
    utilizzando cioè la scienza metrica ecc.
     
     

    Inverno Antico*

     
     
     
     

    Ora dal cielo scendono nuvole grigie,

    gli orti silenziosi attendono nel freddo

    in un cielo di neve:

    dimèntico di me il mio pensiero corre a te

    avvolta nel dolore che temi

    ti persegua per anni.

     

    Ora il silenzio cala negli orti,

    umidi della pioggia inattesa:

    è già svanito l’esiguo sole,

    presagio di primavera.

     

    E qualche passerotto intirizzito

    pigola piano,

    per non turbare il mistico meriggio d’inverno.

    Plana la pace

    nel crepuscolo eburneo,

    che sopraggiunge,

    improvviso.

     

     

    11.2.2009

     

    h.16.40

     

     

     

     

    *   E' una poesia fuori dal tempo presente,

        versi sognati per poter scrivere uno dei

        generi che più amo: l'idillio. E' dunque

        una poesia dove manca tutto ciò che è

        contemporaneo: strumenti elettrici,
        attrezzi meccanici, auto, computer, ecc.
     

     

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    Il tempo passa lentamente.

    Parole come stillicidio,

    metafore,

    la goccia che penetra la dura pietra,

    verbi intrattenibili entrano e fuggono dalla mente,

    tutto in quei momenti appare sopportabile

    ma è destinato a trascinarci nell’abisso.

    Scrivevo incompresi versi.

    Nulla ci accomunò mai veramente

    o molto ci costringe ancora

    in un vincolo tentacolare, e inossidabile –

    più di quanto sappiamo immaginare?

    La mia barba si è allungata

    e stare seduto è sempre più difficile.

    Passano giorni lunghi come ere.

    Non conto i secondi e non ho un orologio a pendola nell’angolo,

    nulla scandisce attimi, minuti.

    Le ore non sono divinità pagane

    né unità di misura. Il tempo non resiste.

    Vago appoggiato a spalliere di vecchie sedie

    mi affido ai muri avanzando un centimetro per volta.

    Se il telefono squilla sorrido,

    la mia voce canta,

    non racconto làstime.

    Le notti sono illuminate da un'abatjour,

    non da pensieri di speranza.

    Voci irraggiungibili mi raggiungono;

    fisiche, reali, impietose;

    soffiano acredini senza  pietà, senza logica:

    con  malinconia, il pianto trattenuto di chi non sa ma crede di sapere.

    Il tempo passa lentamente per chi soffre.

     

     

    gennaio 2009

     

     

     

     

     

    .

     

     

    Non tu  -
    sono io a chiedermi
    in questa attesa piatta
    se il giorno oggi
    o quello di domani porti qualcosa,
    qualcosa che sia nuovo…
    Che posso dirti,
    sono qui, solo, vivo
    tra stand by e attesa,
    vivo forzando pensieri
    sperando che l’umore non sia nero
    filando parole
    che assai di rado
    mutano in versi veri;
    scrivo per colorare il tempo,
    verbi al futuro per auspici,
    la mente come tela:
    passo colori,
    aperti, chiari,
    financo irruenti
    sperando.
    Il vento di gennaio
    fischia sugli infissi di ferro
    schiocca panni stesi
    scorazza nelle strade, sbatte porte,
    balla sui terrazzi
    se ne va.
    Sono qui, sotto l’urlo del mare,
    figgo parole una dopo l’altra,
    cerco il fuoco senza cuore
    di una stufa,
    filo e tesso a mani sagge  
    d’artigiano lento
    una tela d’Omero senza proci;
    l’ansia ha lasciato posto
    a una scialba vaghezza.
    Il giorno è questo,
    di silenzi, freddo;    
    più freddo se la tua bocca tace,
    se scrivo voltando a tratti
    testa e cuore verso i vetri
    oltre i quali vige una luce di cenere.
    Tremando poi d’un tratto se rileggo.


    gennaio 2005

     

     

    .

     
     
     

    Lieve trepidazione

    con cui attendo le tue parole scritte

    le tue sonore

    amore  

     

    fiera trepidazione con cui mi rendo vivo

    mentre ti attendo

    mentre da lungo tempo attendo

    i tuoi occhi -

    veri

     

     

     

     

     

     

     

    .

     
     
     
     
     

    Stasera non so parlarti di me

    non so parlare di te a te

    non so parlare di noi.

    Stasera parlarti mi è proibito

    da una canzone che mi trafigge

    con la sua malinconia,

    malinconia che è tua e mia

    e stasera ci unisce sulle onde a colori tenui e forti

    di questa canzone,

    e la sua malinconia ci imprigiona,

    stasera ci avvinghia, ci lega

    la sua musica

    le sue parole mi portano in quella stanza

    da cui mi pensi nell’oscurità,

    lontana dal mondo,

    dove, sola, puoi commuoverti nel profondo

    e sai che anch’io ho lacrime trattenute a stento

    o limpide a tratti sul mio viso rigato.

     

     

    Stasera non so parlarti di me.

    Non so parlare di te a te:

    né so parlare di noi.

    Stasera, questa sera che anche nelle immagini cerco

    messaggi, i più sottili,

    quelli cui alla prima visione non penserei,

    quelli cui tu stessa forse

    potresti non aver pensato.

    Stasera questa sera

    la rosa in un cuore sulla polvere di un tavolo

    una rosa sui tasti bianchi del pianoforte

    la mano nella mano di due innamorati

    o le antiche persiane che si aprono sul mare;

    stasera tu nuda in un abbraccio fetale, triste,

    raccolta in un’intima chiusura al mondo,

    stasera le parole vergate con inchiostro nobile

    su carta subito ingiallita;

    stasera il cielo al crepuscolo di un azzurro inquietante

    e un finale con la rosa tra le dita che cambia colore;

    stasera tutto questo rigira vortici nella mia mente

    diventa fantasia nella mia fantasia

    dolore nel mio dolore

    nostalgia nella mia nostalgia,

    amore nel mio amore…

     

     

    Mi sono seduto a tavola a pensarti

    mi ero seduto come ormai di rado a consumare

    un breve pasto e mi distraevano

    le immagini e le note

    il tuo sguardo appariva nelle immagini che ho di te

    le immagini tue da tempo alte sull’altare

    che porto nel cuore.

     

     

    Stasera, questa sera che anche le virgole

    hanno profili pensosi

    stasera che anche le pause

    le sospensioni

    i sospiri

    hanno attimi a sussulti

    gioia o allarmi della mente

    questa sera raccolto in un cantuccio del cuore

    - del mio cuore -

    semplicemente ti penso.

    Semplicemente ti amo.

    Semplicemente è futuro il presente

    e il presente è futuro.

    Stasera – questa stasera così commossa,

    così straziata da lontananze immodeste;

    stasera una sera in cui tuffarsi

    e nuotare:

    stasera io solco il grande mare della speranza

    da te innescata.

    Speranza

    mia speranza -

    chiari di luce nel cuore tremulo -

     

     

    Speranza

    mia speranza.

    Speranza che non può finire.

     

     

     

    21.1.2008 

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    .

     
     
     
     
     

    Ah se ti sentissi dire in verità

    il mio amore io l’ho ferito veramente

    la colpa tua si scioglierebbe in nullità

    e il dolor mio svanirebbe immantinente.
     
     
     
     
     
     
     

    Candida Suite

     

     

     

    3a Edizione!!! 

     

     

     

    Candida Suite  

     

    Il volume può essere ordinato al seguente indirizzo telematico

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    Amore dì alla zia

    di restarsene a casa stasera:

    dormirò io con te.

    Dopo poggerò la guancia

    sul tuo seno

    e mi farai le coccole e mi darai i bacini.

    Ma prima amore

    prima dì alla zia di restarsene a casa stasera,

    stanotte dormirò io con te,

    aboliremo la luna,

    per qualche ora scorderemo

    romantici baci

    e sguardi innocenti

    gli studi i collegi e i legami nell’anima;

    senza catechismi di certezze

    entreremo nello spazio

    senza spazio del cuore

    dentro più dentro

    dove amore è amore

    dove la carne è carne

    e le viscere urlano

    e dove il respiro si ferma

    dove gli occhi accecano

    sbarrati sull’abisso del piacere.

    Dì alla zia di restarsene a casa stasera, amore:

    stanotte per questa notte dormirò io con te.

     

    Sai, sono felice d’essere infelice

    quando tu non ci sei:

    è per te la mia garanzia del mio amore.

    Ma stanotte la tua casa sarà tutta nostra,

    centimetro per centimetro

    la tua pelle sarà tutta mia

    e nostra sarà la fornace

    l’unica la sola che arde

    dentro, più dentro,

    dove il cuore è cuore,

    dentro, più dentro,

    dove la carne è carne.

    Ma tu sai cosa devi dire

    e a chi, amore,

    perché la casa stanotte

    sia tutta nostra,

    la carne e il cuore

    e quella infamia che per me

    voglio e pretendo

    si che mi addosserò

    un vilipendio disperato e senza orpelli.

    Dentro più dentro

    dove il cuore è cuore.

    Dentro più dentro

    dove la carne è carne.

     

     

     

     

     

     

     

    .

     
     

                                                                  

      

     

    Ci incontrammo per caso

    nella ragnatela intricata del web,

    mentore e maestra d’amicizia

    la nostra comune amica.

    Mi fu detto di persona grande

    valori titanici

    spirito solidale.

    Mi venne facile credere:

    il suggerimento arrivava

    da un pulpito sacro.

    Ti conobbi;

    e riconobbi in te quel che mi era stato predetto.

    Nacque un’amicizia che sfida il tempo.